da WineMeridian

I consigli dell’esperto di social media marketing Paolo Errico

«Non giudicare mai un libro dalla copertina!». In altre parole: non lasciare che l’apparenza delle immagini ti tragga in inganno distogliendoti dalla sostanza. Evidentemente colui che per primo ha pronunciato queste parole doveva conoscere bene le tentazioni a cui la nostra psicologia cognitiva della percezione è più suscettibile. E dal momento che il lupo perde il pelo ma non il vizio, l’importanza dell’aspetto visuale delle varie forme di comunicazione ha subìto, negli ultimi anni, una crescita esponenziale, finendo per soppiantare, e di gran lunga, la componente testuale.
La veloce panoramica del mese scorso sullo storytelling si concludeva con delle riflessioni che lasciavano intuire una moltitudine di sviluppi: “[…] Ma è nel contesto digital che lo storytelling trova la sua massima applicazione ed efficacia comunicativa. Gli strumenti offerti dalla rete sono infatti degli ottimi e irrinunciabili trampolini di lancio per espandere le narrazioni e portarle a un livello successivo, quello della transmedialità […]”. 

Tra le (neanche tanto) recenti tendenze in fatto di comunicazione, un concetto che sta prendendo sempre più piede è quello di visual storytelling. Visual è soltanto uno dei tanti attributi che si possono accompagnare allo storytelling, ma apparentemente è anche uno dei più efficaci. È un termine che fa riferimento alla dimensione visiva e iconografica. Nell’ambito dello storytelling, va a indicare il racconto di una storia, di un prodotto, di un brand, di una persona, di un viaggio (e chi più ne ha più ne metta) condotto attraverso le immagini, i video e tutti quegli strumenti e forme di comunicazione visiva che, come accennato, trovano terreno fertile nei social network.

Se vi state domandando a cosa sia dovuta l’importanza delle immagini, una risposta esaustiva sarebbe senza dubbio poco adatta e scarsamente attinente a questo spazio ma, per comprenderne il ruolo all’interno dei social, è sufficiente metterci nei nostri stessi panni e analizzare le nostre abitudini. Generalmente, il tempo che passiamo sui social network è dedicato o al lavoro o allo svago. Al di là dell’utilizzo dei social in ambito lavorativo, nella maggior parte dei casi in cui il nostro accesso a questi portali rientra nella sfera dello svago, noi non prestiamo particolare attenzione alla lettura attenta ed estensiva dei contenuti. Le informazioni presenti in rete sono così tante che, per non impazzire, il nostro approccio nei confronti delle informazioni è più di tipo selettivo. Si tratta quindi di una lettura a balzi, spesso molto grandi, in cui a farci soffermare sono soltanto informazioni di grande portata, o dal grande appeal. Ed ecco che, in una situazione simile, l’appeal è dato innanzitutto dalla forza visiva.

Non è un caso che, nel 2011, Facebook si sia convertito alla timeline, dedicando il 170% di spazio in più alle immagini e ai video, piuttosto che al testo. Un simile discorso vale anche per Google+, per non parlare poi di quei social che delle immagini hanno da sempre fatto il loro soggetto privilegiato, come Flickr, Pinterest e Instagram, soltanto per citare i più famosi. Inoltre, qualche anno fa, Tumblr ha dichiarato che il 42% dei post pubblicati all’interno del social erano costituiti da sole immagini o video, quindi senza testo (dato in netto aumento, tra l’altro), e forse è stata proprio la peculiarità di avere una predisposizione orientata al futuro (alla visualità) che ha consentito a Tumblr di sopravvivere nel tempo senza neanche rinnovarsi più di tanto.

Le immagini sono più efficaci ed esperienziali di un testo scritto, e un racconto fatto di immagini (visual storytelling) finisce conseguentemente con l’avere più engagement, generare più condivisioni, aumentare il traffico e, non meno importante, facilitare la memorizzazione di informazioni.

Sono questi, quindi, i motivi che hanno spinto e continuano a spingere sempre più aziende ad abbracciare il visual storytelling, cioè a inserire nella propria strategia di marketing un approccio visivo che col tempo si è fatto dominante. Inutile dire che, per loro, i frutti raccolti sono stati cospicui. Molte altre, purtroppo, sembrano non aver ancora afferrato la portata di questa tendenza, ormai stabilizzatasi a tal punto da dar vita a una strategia che è piuttosto una macchina da guerra. E sono molte (troppe) le aziende che, ad esempio, si ostinano ad avere pagine Twitter fatte di solo testo, o a pubblicare su Facebook foto amatoriali che, oltre a risultare poco efficaci al livello estetico, non comunicano alcunché.

Quindi ricordate: proprio come un libro, la vostra azienda può avere della sostanza, ma non si può più fare a meno di curarne anche la copertina.