La parola è un ponte che ci permette di interagire con il nostro dialogo interiore e il mondo esterno, essa è di ausilio per condividere nel bene e nel male emozioni, pensieri, visioni e azioni. Con più o meno abilità, se ben in armonia con circostanze e condizioni, porta bene e vantaggi ovunque.

In ogni caso, comunque sia, diffonde ciò che abbiamo non solo nella mente, ma anche ciò che ci insegnano famiglia, cultura e ciò che in ognuno alimenta cuore e inconscio. Talvolta questa parola può essere spontanea e diretta, altre volte meglio se attenta e prudente.

Insieme alla gestione dei silenzi, essa guida, presenta una verità o un mondo falso; racconta noi stessi, gli altri, gli accadimenti e i fatti in modo aspro, rabbioso, critico, poetico, amorevole, umano, disumano o anche dissacrante. Stimola la creazione di emozioni, idee, immagini e di progetti.

Esiste la parola che unisce e quella che divide, non manca quella che diffama a piè leggero. La più usata e la più ricorrente è quella inutile nelle sue diverse forme, ovverosia quella che riempie il tempo per aiutare il cervello a non approfondire più di tanto, e nel contempo permette alle emozioni di giocare come meglio credono, conducendoci nella vita per strade spesso impervie.

Una forma di parola inutile è quella usata come passatempo, quella che trova “amici” momentanei senza impegni che riempiono i tempi vuoti. Il lamentarsi è un’altra parola inutile, è la forma più diffusa di questa famiglia di parole inutili; non solo, è anche la più subdola.

La lamentela è una perfetta alleata dell’energia negativa che rafforza vecchie abitudini consolidate, incluse quelle dannose. Il lamentarsi aiuta quando le grida della sofferenza non possono esprimersi con equilibrio e coraggio, e quando il silenzio fa troppo rumore nell’anima in disordine.

Lamentarsi è un modo di usare le parole per chiedere aiuto sperando di essere capiti in modo ingenuo, aiuta a creare ambigue amicizie e fa trovare tanti finti salvatori. Talvolta però la lamentela è anche un modo di manifestare dissenso senza rischiare più di tanto in ambienti difficili.

Le lamentele permettono agli ascoltatori di proteggersi dietro una sorta di educata indifferenza. Chi si lamenta vuole camuffare la sua sofferenza in modo manifesto, ignorando di non essere vero pur credendolo e sperandolo in cuor proprio.

Per fortuna milioni di modi positivi permettono di usare la parola che dà invece ottimismo, speranza, amore e gioia se usata con giusta attenzione, sensibilità e senso di realtà. Non approfondisco per non andare fuori tema. Comunque è semplice, basta impegnarsi e pensare di farlo sempre, ed ognuno può trovare il suo stile.

Dal Talmud trovato in una ricerca: “tenete d’occhio i vostri pensieri, diventeranno le vostre parole. Tenete d’occhio le vostre parole, diventeranno le vostre azioni. Tenete d’occhio le vostre azioni, diventeranno le vostre abitudini. Tenete d’occhio le vostre abitudini, diventeranno il vostro carattere. Tenete d’occhio il vostro carattere, diventerà il vostro destino.”

Se ti occupi di marketing o di brand reputation, forse quanto fin qua raccontato conta poco, tuttavia ti aiuta a conoscere meglio il potere delle parole e delle lamentele per guidare meglio i tuoi clienti e … aiutarli a crearsi in qualche modo un destino. Se ti occupi di comunicazione, sai bene che puoi costruire interi palinsesti se dai spazio a lamentele e se sai che il Talmud è cosa che non tutti amano ricordare.

Chi si occupa di marketing sa bene che far parlare il cliente di sé e di come percepisce un prodotto o un’offerta serve per capire meglio il mercato e il proprio target, è da lì poi prendere decisioni per aumentare audience e vendere comunicando con efficacia.

Creiamo parole per costruire idee, visioni, status, consenso e dissenso, le usiamo in modo più o meno abile per far politica e tentare di creare una “florida economia”. Le parole aiutano anche immagini che inducono sogni artificiali, fatti e misfatti veri, inventati o surreali. La parola scritta lascia il segno se sai bene il segno che vuoi lasciare. Ma è un tema molto delicato.

Socrate, ad esempio, non amava la parola scritta, come lui nulla hanno scritto persino Cristo e Buddha. Tuttavia costoro, ognuno a modo suo in modi diversi ma per un fine comune, hanno usato la parola per insegnare e liberare la mente dalla sua sua prigione. Alcuni despoti, la parola invece l’hanno scritta e usata per portare morte e distruzione.

La parola quindi in un modo o in un altro lascia sempre un segno, è come un chiodo che pianti un una parete, poi anche se decidi di estrarre il chiodo, il foro fatto quello comunque resta.

Eppure, per Socrate la scrittura sarebbe un mezzo ambiguo che non porta alla verità. Per lui la scrittura talvolta illude fingendo di fungere da memoria. La parola scritta, per il filosofo ateniese, aiuta a creare solo eruditi che dibattono tra loro sui significati e sulle interpretazioni di chi non c’è e forse addirittura, ancor peggio, di cose di cui si parla anche se non si sentono in profondità.

I big data non la pensano allo stesso modo. Loro pensano che una parola sia comunque un chiodo. I big data hanno una visione diversa da Socrate sul concetto di verità. Oggi pare che questi ultimi siano un tantino in vantaggio, ma male non sarebbe rifletterci su in modo intelligente.

Comunque sia, ben detto nel caso di Socrate il discorso parola scritta e verità.

Nonostante leggi ben scritte nel Paese da cui da millenni la nostra attuale democrazia trae il suo nettare, egli allora, seppur innocente, fu condannato alla morte. Lo hanno in pratica ucciso parole ben scritte, con abilità e saggezza, ma non affatto poi usate dagli uomini ai fini della ricerca della giustizia e della verità.

Oggi, nell’era contemporanea, chi conosce Julian Paul Assange (giornalista, programmatore e attivista australiano, noto principalmente per la sua partecipazione a WikiLeaks, del quale è cofondatore e caporedattore)? In un film del far west di un tempo, sarebbe un cow boy col cappello bianco (buono) o col cappello nero (cattivo)? Non solo…

Cosa vuol dire attenzione alla privacy e perché? Cosa fanno con le informazioni i terroristi di ogni cultura, ordine e grado? Come si possono costruire parole con un senso, estrapolandole da contesti? Chi è Greta, la ragazzina che smuove i giovani sulle problematiche dell’ambiente, una manipolata e basta? I big data forse vedono la realtà in maniera diversa se fanno le loro semplici modeste correlazioni statistiche vedendo i chiodi piantati, quelli spiantati e i fori rimasti.

È nella natura umana usare parole scritte o meno per amare, gioire, dialogare o scontrarsi o anche costruire dossier ad hoc. Ora nel nostro millennio, sempre più, oltre alle parole scritte e non, anche le immagini si aggiungono prolifiche e anch’esse aiutano ad arricchire di strutture e sovrastrutture la nostra comunicazione. La differenza tra i tempi passati e quelli moderni? L’uomo come il lupo, da sempre perde il pelo ma non il vizio, solo che lo fa con strumenti sempre più sottili?

Il dialogo dal vivo, in ogni modo, resta sempre il più vero: diretto o finto che sia, il dialogo fatto di domande ben fatte e completo con ascolto profondo, crea vero contatto, interazione e conoscenza. Questo, anche se e quando falso, se non sa farsi capire, come minimo insegna.

Ma il dialogo vivo, diretto, immediato, oggi lo si può ottenere anche grazie al mondo web in diretta e in video, volendo attraverso alcune nuove modalità comunicative si può aiutare ad essere veri e a cercare verità. Ecco quindi, che nel ventunesimo secolo riusciamo persino a monitorare le parole e le immagini che anche se in diretta restano poi sempre conservate in memoria, con la possibilità di essere anche riviste con calma (analisi dei significati semantica e semiotica).

Oggi i big data vedono “chiodi e fori” provenienti dal web, dai social network o dai processi industriali e le trasformano in analisi. In tal modo, grazie ad algoritmi creano vantaggio competitivo garantendo informazioni strategiche, se trattasi di analisi serie e ben strutturate.

Queste analisi dei testi e delle immagini su brand o prodotti, su persone e chicchessia, sono dei veri e propri studi di mercato, per creare efficaci strategie di business o comunicazione.

Le analisi permettono di comprendere ciò che il web dice a proposito dell’immagine e della reputazione di un brand (brand reputation). Grazie al monitoraggio costante, oggi, ogni imprenditore può intervenire per risolvere criticità percettive ed evitare in tal modo che la parola non crei danno ai propri investimenti.

 

 

Questi studi, non solo per l’economia aziendale possono esser un toccasana, ma servono altrettanto anche agli studiosi delle scienze sociali. Oggi parole e immagini possono “statisticare” emozioni, amore, sentimenti, lucro e percezione di chi ti ascolta con più o meno amore o disprezzo.

È importante, ad esempio, tener presente una questione. I modi di pensare e di essere di quando una persona è sola con se stessa davanti ad un monitor (praticamente sempre), sono sempre quelli veri?

In questo stato di solitudine alleggerita dall’illusione di non esserlo, quando si prendono decisioni e si sceglie un acquisto, un sito, o un servizio, una qualsiasi informazione anche privata di ogni genere, di qualsiasi sfera emotiva, affettiva, sessuale ecc., si possono leggere sempre luci e ombre di ogni persona, famiglia, impresa, comunità e cultura?

Questo, da un lato aiuta a capire meglio tendenze, mode future, gusti e idee, ma dall’altro analizza una realtà incompleta? È un problema che più di qualcuno inizia a pensare di legiferare, immaginando di avere consensi per essere rieletti via via alle prossime scadenze elettorali?

Il membro di una comunità, quando è solo davanti al pc è vero che è se stesso, ma quando è con altri e convive nelle relazioni che coinvolgono i cinque sensi, costui è un’altra persona. Questo è un bene, un male o entrambi? Chi è quello vero, forse solo quello davanti al pc quando è solo? Quanti tipi di chiodi e fori si possono lasciare?

Oggi ormai, intorno ai temi di intelligenza artificiale, Big Data e machine learning, scopriamo che sono sempre più i brand che rivedono strategie e ottengono risultati molto interessanti, sia nella gestione dei rischi, sia in quella dell’abbattimento dei costi, sia nel miglioramento continuo del modello organizzativo e dell’incremento dei margini. Ma a quale costo sociale, economico e geopolitico se invece di lottare contro i mulini al vento, non ci si impegna a capire il nuovo mondo?

I cambiamenti nei comportamenti e nelle preferenze dei consumatori avvengono troppo velocemente ed è difficile stare al passo con essi. Le macchine aiutano ormai a identificare preferenze e in tal modo si possono adattare automaticamente i target per attivare campagne di comunicazione e strategie relative molto efficaci. Questo è certo ma pochi sanno che anche con bassi investimenti anche una piccola impresa può ottenere grandi opportunità.

La parola, anche quella insensata ha un senso. Puoi misurare pareri e recensioni di altri utenti sparsi in ogni dove, ma della stessa tua tribù. Puoi anche conoscere tribù mai incontrate prima in vita tua. Basta un click per ottenere una serie di informazioni molto dettagliate su un brand, un prodotto o servizio che si intende acquistare, anzi a volte il click parte anche se l’acquisto non sempre lo avresti fatto, pensandoci bene.

Basta un click, e in men che non si dica, sai subito il prezzo anche di ciò che non vuoi, dove trovare ciò che cerchi anche se non sai che vorresti cercarlo, dove e come acquistare ciò che forse prima o poi potresti desiderare o desideri e ancora non lo sai bene. Sai, magari potresti anche fare un affare ad un costo inferiore! L’importante è non inchiodarsi restando nel vago delle emozioni.

di Franco Ciardiello

__________

Ciardiello Franco. Sociologo, esperto in big data, analisi e dinamiche sociorelazionali dell’ecosistema aziendale. Collabora, con strutture specializzate nel monitoraggio e analisi di big data per analisi verticali su brand o prodotti per aiutare a creare efficaci strategie di comunicazione volte ad aumentare la visibilità e i livelli di engagement; aiuta imprenditori, manager e professionisti a  creare strategie commerciali e supporto alle organizzazioni di reti vendite; valorizza il potenziale umano per realizzare progetti condivisi; ponendo cura su attenzione e responsabilità, flussi di comunicazione interna, funzioni, deleghe e poteri per ogni ruolo.